Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono sono state chiamate ad esprimersi circa la questione relativa alla portata effettiva dello strumento approntato dal nostro ordinamento al fine di contrastare il fenomeno usurario.

 

1) I fatti di causa

Nel 1990 la società ricorrente aveva stipulato con l’istituto di credito resistente un contratto di mutuo fondiario decennale, nel quale veniva pattuito un tasso di interesse fisso semestrale al 7,75%.

Nelle more del rapporto, veniva tuttavia promulgata la L. n. 108/1996 in materia di usura: alla luce della nuova disciplina, posto che il tasso di interesse concordato al momento della stipula risultava essere superiore a quello soglia determinato secondo le modalità individuate dalla cennata legge, la società mutuataria conveniva in giudizio la banca innanzi al Tribunale di Milano, chiedendo la condanna della convenuta al rimborso degli interessi già versati – atteso che il mutuo de quo doveva ritenersi allora gratuito – o, in via subordinata, al rimborso di quella parte di essi eccedente il tasso legale di interesse.

All’esito del procedimento di primo grado, il Tribunale – in accoglimento delle istanze avanzate dall’attrice – imponeva alla convenuta di rimborsare completamente alla mutuataria le somme a titolo di interessi riscosse sino al momento della condanna.

Avverso la cennata decisione, l’istituto di credito proponeva così appello, ed all’esito del procedimento di gravame la Corte d’Appello di Milano ribaltava l’esito a cui era pervenuto il Giudice di prime cure nella sentenza appellata.

La società, soccombente in secondo grado, si rivolgeva così alla Suprema Corte, al fine di ottenere la cassazione della pronuncia della Corte d’Appello meneghina.

 

2) I motivi di ricorso

La ricorrente affidava le proprie ragioni a quattro motivi di ricorso. Ai fini del presente commento, l’attenzione si concentrerà solo sui due motivi – il primo ed il secondo – attorno ai quali le Sezioni Unite hanno svolto il proprio ragionamento.

Con il primo motivo, la società soccombente denunciava il vizio di motivazione e violazione di norme di diritto poiché la Corte d’Appello avrebbe errato nel qualificare il mutuo de quo come fondiario, basandosi sul solo richiamo – effettuato all’interno della dichiarazione negoziale – al D.P.R. n. 7/1976, a prescindere o meno dai requisiti oggettivi prescritti ex lege.

Per mezzo del secondo motivo, parte ricorrente si doleva della circostanza per cui la qualificazione del mutuo come fondiario avrebbe comportato l’inapplicabilità della L. n. 108/1996. Secondo la ricostruzione offerta dalla società in ricorso – stante l’entrata in vigore della predetta legge – la clausola contrattuale riguardante gli interessi doveva essere ritenuta nulla, giacché nel corso del rapporto era stato superato il tasso di interesse soglia: conseguentemente, ad esso sarebbe dovuto subentrare un tasso sostitutivo, così come previsto dagli artt. 1419 e 1339 c.c..

 

3) L’ordinanza interlocutoria

La Prima Sezione della Corte di Cassazione – alla quale inizialmente era stata affidato il ricorso – aveva rimesso la questione alle Sezioni Unite, atteso il rilevato contrasto giurisprudenziale emerso in seno alla stessa Suprema Corte a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 108/1996 in tema di usura sopravvenuta, ed in particolare alla questione inerente la possibilità di applicare tale normativa non solo ai contratti sottoscritti prima dell’entrata in vigore della cennata legge, ma anche a tutti quei contrattistipulati in data successivache inizialmente prevedevano un tasso di interesse inferiore rispetto al tasso soglia individuato trimestralmente dalla Banca d’Italia ma che – in pendenza del rapporto – avevano superato tale soglia in forza del decremento dei tassi medi occorso negli anni seguenti.

In quegli anni la Corte nomofilattica, investita della problematica, aveva sussunto l’applicabilità della legge anche “ai rapporti pendenti alla data della sua entrata in vigore, con conseguenze sul tasso di interesse contrattuale, sia pure riferite alla sola parte del rapporto successiva a tale data”.

Il legislatore è nuovamente intervenuto in subiecta materia con la norma di interpretazione autentica contenuta nell’art. 1, comma 1 del D.L. n. 394/2000, laddove ha affermato che “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento”.

In questo modo, vennero a delinearsi due diversi orientamenti in seno alla giurisprudenza a cui fa riferimento la Prima Sezione nell’Ordinanza di rimessione degli atti al Primo Presidente.

In primo luogo, è infatti possibile riscontrare pronunce della Cassazione nelle quali entra in gioco il solo momento della pattuizione del tasso di interesse e non quello del pagamento, con conseguente applicabilità della disposizione di cui alla Legge n. 108/1996 alle sole clausole riguardanti i tassi di interesse stipulate dopo l’entrata in vigore della cennata normativa.

Diversamente rispetto all’orientamento di cui supra, in altre occasioni la Corte ha avuto modo di affermarel’incidenza della nuova legge sui contratti in corso alla data della sua entrata in vigore, omettendo tuttavia di prendere in considerazione la norma di interpretazione autentica di cui al D.L. n. 394 del 2000”. In particolare, in Cass. Civ., Sez. I, n. 9405/2017, la Suprema Corte ha preso in considerazione quest’ultima disposizione legislativa, ma ha comunque sposato la tesi – avanzata da parte della dottrina – che vorrebbe “sanzionata penalmente […] la pattuizione di interessi che superino la soglia di legge alla data della pattuizione stessa, viceversa la pretesa di pagamento di interessi a un tasso non usurario alla data della pattuizione, ma divenuto tale nel corso del rapporto, sarebbe illecita solo civilmente”: ciò condurrebbe alla sostituzione del tasso usurario con – rispettivamente – il tasso soglia o il tasso legale, a seconda della soluzione proposta dai vari autori in seno al presente orientamento.

 

4) La decisione delle Sezioni Unite

Partendo dal secondo (e principale) motivo di ricorso, le Sezioni Unite, dopo aver brevemente riassunto i contenuti dell’Ordinanza di remissione degli atti al Primo Presidente, ritengono di dover sposare il primo dei due orientamenti sopra illustrati. Ciò nonostante, la rilevata infondatezza del secondo motivo dedotto in seno al cennato motivo di ricorso, ha comunque impedito la cassazione della Sentenza impugnata.

I Giudici di Piazza Cavour, sul punto, affermano che “è priva di fondamento, infatti, la tesi della illiceità della pretesa di pagamento di interessi a un tasso che, pur non essendo superiore, alla data della pattuizione […] alla soglia dell’usura definita con il procedimento previsto dalla L. n. 108, superi tuttavia tale soglia al momento della maturazione o del pagamento degli interessi stessi”. L’illiceità risiederebbe nella violazione del divieto imperativo di usura imposto dalla legge: al riguardo, le Sezioni Unite, ricordano come il cennato divieto sia attualmente contenuto nell’art. 644 c.p., e non direttamente nella summenzionata legge del 1996, la quale si limita a prevedere “un meccanismo di determinazione del tasso oltre il quale gli interessi sono considerati sempre usurari a mente, appunto, dell’art. 644 c.p., comma 3”. La L. n. 108/1996 – quindi – fissa unicamente i criteri che devono essere utilizzati ai fini della definizione del perimetro del divieto contenuto nel già ricordato articolo del codice penale. Allo stesso modo, anche l’art. 1815, comma 2 c.c. individua una sanzione che viene comminata in presenza di interessi usurari, ed anch’esso “presuppone una nozione di interessi usurari definita altrove, ossia, di nuovo, nella norma penale integrata dal meccanismo previsto dalla L. n. 108”.

Nelle parole della Corte, risulta di conseguenza “impossibile operare la qualificazione di un tasso come usurario senza fare applicazione dell’art. 644 c.p.”, ed è al contempo impensabile parlare di usura senza fare riferimento alla legge di interpretazione autentica, a mente della quale si deve considerare solamenteil momento in cui gli interessi sono convenuti, indipendentemente dal momento del loro pagamento”. Gli Ermellini – peraltro – ricordano altresì che la Cassazione penale, con la pronuncia n. 8353/2013, ha negato la configurabilità dell’usura sopravvenuta.

A ciò si aggiunga che la ratio delle nuove disposizioni in tema di usura deve essere rinvenuta “nell’efficace contrasto di tale fenomeno”, basatosulla rilevazione periodica dei tassi medi praticata dagli operatori”: in questo modo, il meccanismo attuato dalla L. n. 108 si configura “come un effetto, non già una causa, dell’andamento del mercato” ed è quindi pienamente coerente con tale sua caratteristica il fare riferimento – quale momento essenziale a cui fare riferimento – alla pattuizione degli interessi: a detta delle Sezioni Unite, quindi, si deve necessariamente concludere che “è impossibile affermare, sulla base delle disposizioni della L. n. 108 del 1996, diverse dall’art. 644 c.p., e art. 1815 c.c., comma 2, coma da essa novellati, che il superamento del tasso soglia dell’usura al tempo del pagamento, da parte del tasso convenzionale inferiore a tale soglia al momento della pattuizione, comporti la nullità o l’inefficacia della corrispondente clausola contrattuale o comunque l’illiceità della pretesa del pagamento del creditore”.

La Corte, incidentalmente, rileva altresì come il carattere fondiario di un mutuo non possa esimerlo dall’osservanza delle disposizioni di cui alla L. n. 108/1996: “nessuna disposizione o principio normativo […] giustifica tale assunto e che non v’è, del resto, alcuna ragione per sottrarre l’importante settore del credito fondiario al divieto di usura e ai meccanismi approntati dalla legge per renderlo effettivo”. Di conseguenza – affermano gli Ermellini – il primo motivo di ricorso deve ritenersi assorbito dal successivo.

 

4) Conclusioni

La Corte ritiene in definitiva inammissibili tutti i motivi presentati dal ricorrente, respingendo conseguentemente il ricorso così proposto dalla società.

Le Sezioni Unite enucleano quindi il seguente principio di diritto: “allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordato può essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.