1) I fatti di causa

Il ricorrente, con Sentenza del Giudice di Pace di Cagliari, era stato ritenuto da questi colpevole dei reati di ingiuria, minaccia e diffamazione ai danni della propria ex convivente. In particolare, il Giudice di Pace aveva valutato l’imputato colpevole del delitto di diffamazione integrato dalla “pubblicazione mediante l’inserimento in una bacheca Facebookdi frasi diffamatorie riferite all’ex compagna.

L’imputato appellava dunque la predetta decisione del Giudice di prime cure innanzi al Tribunale cagliaritano, il quale – riformando parzialmente la statuizione impugnata – lo assolveva dal delitto di ingiuria a seguito della intervenuta depenalizzazione operata attraverso il D.lgs. n. 7 del 2016, e dichiarava di non doversi procedere quanto al reato di minaccia, giacché esso era già stato giudicato da una diversa ed antecedente pronuncia del Tribunale di Cagliari; infine, il magistrato giudicante ridimensionava l’entità della pena pecuniaria in relazione al residuo delitto di diffamazione a mezzo stampa.

Avverso tale sentenza d’appello, l’imputato proponeva il ricorso per ottenere la cassazione della sentenza pronunciata dal Tribunale del capoluogo sardo.

 

2) I motivi di ricorso

Il ricorrente sottoponeva al giudizio della Corte di Cassazione due motivi a sostegno del proprio ricorso:

– con il primo, egli si doleva di una presunta violazione di legge “per mancanza di correlazione tra accusa e sentenza”, con precipuo riguardo agli artt. 521 e 522 c.p.p., posto che – a detta del ricorrente – la contestazione mossagli in primo grado avrebbe riguardato “una diffamazione tramite comunicazione con più persone su Facebook” mentre la motivazione della sentenza faceva riferimento unicamente “alla pubblicazione delle frasi diffamatorie sulla bacheca Facebook”.

In tal senso, sarebbe quindi intervenuto un fatto nuovo che avrebbe – di conseguenza – comportato una lesione del diritto di difesa dell’imputato.

– con il secondo ed ultimo dei due motivi, il ricorrente lamentava la carenza e contraddittorietà della prova – con conseguente violazione dell’art. 125, co. III c.p.p. e dell’art. 606, co. I, lett. e) c.p.p. – poiché il Giudice del gravame non avrebbe nemmeno accennato alla “discrasia tra la contestazione mossa – inidonea di per sé ad integrare il reato poiché non descrittiva di una diffusione a più persone della notizia diffamatoria […] – e la motivazione”, la quale – invece – è fondata sulla sussistenza di un “fatto diverso e diffusivo, quale è la pubblicazione in bacheca “on line” sul social network Facebook, con possibile condivisione da parte di un numero imprecisato di amici”; infine, denuncia come l’accusa non abbia in alcun modo provato che il profilo Facebook non fosse un profilo chiuso, né come non fosse stata fornita la prova dell’effettiva esistenza della destinataria della diffamazione.

 

3) La decisione della Corte

La Corte taccia immediatamente il ricorso come “chiaramente infondato, ai limiti dell’inammissibilità”, giacché “la sentenza impugnata dà atto della provata riferibilità al ricorrente della condotta diffamatoria con motivazione logica ed esauriente”.

Segnatamente, con riferimento alla presunta “mancata correlazione tra accusa e sentenza”, la Corte di Cassazione – richiamando alcuni suoi precedenti arresti – rileva che affinché si possa parlare di mutamento del fatto “occorre una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, in modo che si configuri un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione da cui scaturisca un reale pregiudizio dei diritti della difesa”: di conseguenza, non è sufficiente una mera variazione letterale, bensì si deve riscontrare “una trasformazione o sostituzione delle condizioni che rappresentano gli elementi costitutivi dell’addebito e non già quando il mutamento riguardi profili marginali, non essenziali per l’integrazione del reato e sui quali l’imputato abbia avuto modo di difendersi nel corso del processo”.

Nel caso di specie sottoposto alla loro attenzione, gli Ermellini non rilevano “alcuna reale discrasia […] tra le due condotte”, atteso che “l’imputazione si riferisce ad una comunicazione (dei contenuti diffamatori contestati) con più persone, sul social network denominato Facebook, che non esclude affatto l’utilizzo di una “bacheca” per tale diffusione”: la Corte nomofilattica – infatti – ritiene corretto ricomprendere, nella lettera dell’imputazione formulata nel caso di specie, qualsivoglia modalità di diffusione di contenuti diffamatori su Facebook, sia a mezzo di pubblicazione in bacheca, sia con altre modalità, “sicché non può dirsi che il ricorrente non fosse stato in grado di conoscere sin dall’inizio il nucleo essenziale della contestazione per potersi da questa difendere”.

Inoltre, la Corte di Cassazione rileva come – affinché si possa rilevare una violazione del principio della correlazione tra l’imputazione contestata e la sentenza previsto dall’art. 521 c.p.p. – si deve tenere conto non solo del dato “letterale” del capo di imputazione, ma anche “di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le sue difese sul materiale probatorio posto a fondamento della decisione”.

Tutto ciò premesso, i Giudici di Piazza Cavour rilevano come nel caso de quo non vi sia stata alcuna violazione del cennato principio.

In merito alla mancata prova dell’esistenza di uno dei soggetti destinatari della diffamazione, la Corte sottolinea come sia del tutto inconferente ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 595 c.p., poiché “la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “Facebookintegra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”: a fortiori, ciò è dimostrato anche dal fatto che, nell’ipotesi in cui uno dei fruitori del messaggio sia la persona a cui le espressioni offensive sono rivolte, nemmeno in questo caso si assiste al mutamento del titolo di reato da diffamazione ad ingiuria.

Infine, quale postilla finale, la Corte rammenta come si deve ravvisare “la sussistenza del requisito della comunicazione con più persone qualora l’espressione offensiva sia inserita in un supporto […] per sua natura destinato ad essere normalmente visionato da più persone”, qual è, ad esempio, la pubblicazione di un messaggio sulla bacheca Facebook del proprio profilo che – per definizione – è finalizzata alla condivisione del medesimo entro una pletora di soggetti che hanno accesso a detto profilo.

 

4) Conclusioni

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando così la Sentenza pronunciata in sede d’appello dal Tribunale di Cagliari.